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domenica 31 marzo 2013

Djent

  di Davide Ottoveggio

"Yeah, but can it Djent?"



Foto di memegenerator.net
Rumore & Melodia

Il Djent è un nuovo movimento, 
che interessa il genere heavy metal.
Sicuramente questo sottogruppo musicale nasce con una particolare spontaneità, in un modo del tutto diverso dal passato, attraverso un processo più consone ai tempi moderni: con il web.

Dal blog HRHM:
"Tanti generi sono nati da movimenti di determinate zone, altri da idee comuni a vari musicisti, altri ancora sono nati per caso dalla sperimentazione; il djent no, Il Djent nasce su un forum online, il forum di una band alla quale tutto il movimento è legato indissolubilmente, i Meshuggah".

Misha Mansoor, l'origine del nome e le caratteristiche

Misha Mansoor dei Periphery
Le dita che digitarono per la prima volta la parola "djent" sono di Misha Mansoor, il fondatore dei Periphery, che con un gruppo di amici su un forum dichiararono che la loro musica si sarebbe chiamata così.

Djent è un termine onomatopeico per imitare il suono che produce una chitarra elettrica in powerchord, con l'aggiunta di una quinta, su una chitarra da sette corde. Una sorta di percussione metallica e profonda che, soprattutto nei Periphery, accompagna una linea vocale pura e melodica.

I Periphery
Trattandosi di "death-metal", le spezie più piccanti che condiscono questo genere sono growl e scream. Ma la grande novità è proprio il forte contrasto che scaturisce dalla mistione: voce melodica e limpida + potenti percussioni (assolutamente amelodiche) e nelle veloci poliritmie della batteria.

Citando ancora HRHM:
"Lo stile Djent è un moderno progressive metal composto da powerchord add5 stoppati, batteria in poliritmia, cantato Harsh a farne le basi ed in più ci sono svariate inserzioni melodiche, cambi di tempo e perché no, strizzate d’occhio a vari generi come prog rock e jazz. Bisogna dire comunque che la forte voglia di sperimentazione da parte delle varie band le porta spesso a viaggiare su territori unici seppur mantenendo i canoni base del genere".

 

Il metal incontra l'elettronica


Sono moltissime le inserzioni elettroniche, nel djent. Gli outro (i finali) peripheryani sono sempre composizioni elettroniche, virtuose ed articolate, dove certo non manca la polirtmia.

Remì Gallego: The Algorithm
L'originale fusione dà vita ad un nuovo tipo di djent: si chiama djent-step (fusione tra djent e dubstep). Veri esempi di follia ritmica che, pur essento frutto del moderno remix, puntano alla ricerca di uno stile molto vicino alla classica.

Un celebre esempio della corrente djent-step è la one-band-man "The Algorithm"
(ascolta The Algorithm su "SoundCloud")
(The Algorithm su "Facebook").

 

Un po' di nomi


Link utili



Un sentito ringraziamento a Carlo Scibilia e a suo fratello, Sergio, per avermi fatto conoscere questo genere musicale e per i loro consigli.

venerdì 29 marzo 2013

L'Amleto moderno

di Diego Villani



Sono passati ormai quattrocento anni dalla stesura della tragedia shakespeariana più conosciuta e rappresentata nei teatri di tutto il mondo, eppure i temi trattati paiono essere sempre gli stessi e non cambiare mai: la relazione tra genitori e figli, la passione amorosa, il potere al vertice di uno stato, ma anche la pazzia, il binomio azione/inerzia, le grandi questioni esistenziali che affliggono l’uomo da millenni.
Una scena tratta dallo spettacolo
Tutto questo è stato rappresentato con particolare abilità mercoledì 13 marzo alle 21 al teatro Gobetti dalla compagnia teatrale "Teatro di Dioniso”, che ha saputo dare un tocco moderno all'opera drammaturgica.Diretto da Valter Malosti, “Amleto” ha avuto il proprio debutto al teatro Alfieri di Asti lunedì 25 febbraio per la stagione “Parole d’Artista” seguita da una ricca tournèe a Brescia, Torino e Bellinzona. L’adattamento dell’opera si somma al numero delle rivisitazioni dell’”Amleto”, già proposto dalla medesima compagnia nel 1999 con grande successo di pubblico e di recensioni.
I personaggi
Gli attori, tra cui spicca lo stesso regista nel ruolo del patrigno di Amleto, escono per la maggior parte neo diplomati dalla Scuola per attori del Teatro Stabiledi Torino di cui Malosti è direttore: Annamaria Troisi, Jacopo Squizzato, Christian Mariotti La Rosa, Mauro Bernardi, Roberta Lanave, Mariano Pirrello, Sandra Tuffolatti e Leonardo Lidi, il protagonista. Lo scenario è diverso rispetto all'opera originale: ci si trova in un Ottocento per certi versi inaspettato caratterizzato da un’atmosfera cupa e disorientante e si passa immediatamente dopo nella camera da letto della madre di Amleto che, adattandosi alle scene, farà da coreografia fino alla fine dello spettacolo.
Valter Malosti, attore e regista
«Conduco un lavoro sospeso fra tradizione e ricerca alla scoperta di un “teatro sensibile”, - spiega Malosti - dove l'emozione e il corpo dell’attore vogliono essere il punto focale del fare teatro, senza rinunciare ad una spiccata attenzione per le arti visive e la musica».Questo è il filo conduttore di tutto lo spettacolo che fa uso di parti cantate composte da Bruno De Franceschi e cantate dagli attori durante la recitazione, di effetti sonori a cura del sound designer Gup Alcaro e di giochi luminosi creati da Francesco Dell’Elba. «Ho chiesto ai miei attori - racconta Malosti - di prendere il testo alla lettera; la poesia di Shakespeare è sempre concreta, e quando si riesce a dare un corpo a questa concretezza il fiume delle parole scorre impetuoso e insieme limpido». Malosti riesce sicuramente nel suo tentativo di riadattamento senza apportare modifiche troppo radicali, ma allo stesso tempo arricchendo il teatro shakespeariano con soluzioni e stratagemmi spesso percettibili solo all'occhio dello spettatore attento. La contemporaneità dell’Amleto di Malosti sta nel fatto che durante la recitazione improvvisamente gli attori pariano con parole che non sembrano lontane da se stessi, ma che sono adatte per quello che devono esprimere, e quelle medesime parole potrebbero essere pronunciate anche dal pubblico. 

mercoledì 27 marzo 2013

Torino: l'epopea di Capa in un folgorante bianco e nero

di Ioana Stefanelli



"La migliore mostra su Capa che abbia mai visto” e se lo dice John Morris, primo direttore della Magum Photos (fondata dallo stesso Capa) e grande amico del fotografo, c’è da fidarsi.

L’ormai 96enne, esordisce in  questo modo, all'inaugurazione della mostra del 14 marzo a Torino, città che dopo l'esposizione delle ironiche opere di Henri Cartier-Bresson dello scorso anno, che ha richiamato quarantamila visitatori,  ci presenta 97 densi bianco neri allineati in due lunghi corridoi al primo piano di Palazzo Reale, rappresentanti il significativo  percorso artistico e umano di colui che nel 1938 la Picture Post definì “il migliore foto reporter di guerra nel mondo”: Robert Capa.


Così, in occasione del centenario dalla nascita dell’artista, accade 
di veder sfilare sulle bianche pareti foto, ricche di una tale forza visiva e incisività che,  prima ancora che testimonianze di un’epoca, sono diventate icone, simboli di un contraddittorio ventennio.



Capa, nato  con il nome di Endre Friedmann in una famiglia ebrea di Budapest nel 1914, non era intenzionato a diventare un fotografo di guerra: furono le circostanze della sua vita a spingerlo. Iniziò come fotoreporter durante la  guerra civile spagnola (1936-39), proseguì poi attestando con i suoi scatti la resistenza cinese di fronte all’invasione del Giappone  (1938), la seconda guerra mondiale (1941-45) e ancora il primo conflitto Arabo-Israeliano (1948), e quello francese in Indocina (1954)

nella sua breve e folgorante carriera,  riuscì quindi a dipingere veri e propri affreschi storici di ben cinque conflitti, che non sono una mera documentazione di eventi, ma intrisi di una singolare sensibilità

« Capa sapeva che cosa cercare e che cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un'emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell'emozione conoscendola da vicino. »

La vicinanza di cui parla John Steinbeck in occasione della pubblicazione commemorativa di alcune foto del fotoreporter, è la medesima di cui lo stesso Capa parlerà, affermando:

“Se le vostre fotografie non sono abbastanza buone, vuol dire che non siete andati abbastanza vicino”,

non è solo una vicinanza fisica al soggetto fotografato, ma una che porta all’immediatezza, all’empatia, all’umanità, alla bellezza struggente di immagini che riescono a mostrare l’orrore che affligge un intero popolo attraverso il volto di un bambino; determinante fu il fatto che Capa stesso fosse stato un rifugiato politico, un ebreo costretto a fuggire dalla nativa Ungheria. Queste esperienze segnarono la vita del fotografo, portandolo a sviluppare una profonda sensibilità, una fratellanza con i protagonisti dei suoi scatti, e una volontà di fare della fotografia un’arma di denuncia. Lo caratterizzò infatti un’urgenza tale da spingerlo a scattare avvicinandosi a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti.
Fu proprio tale urgenza però, a portarlo a prematura morte in Indocina nel 1954, su una mina anti-uomo, all’apice della sua gloria.
In seguito alla tragedia, John Steinbeck scrisse: <<…Mi sembra che Capa abbia dimostrato senza ombra di dubbio che un apparecchio fotografico può essere ben altro che un semplice meccanismo. Come per la penna, la foto vale ciò che vale l’uomo che se ne serve. Essa può essere la proiezione dello spirito e del cuore>>.


In modo potente e toccante, con immagini che sono entrate in maniera indelebile nell’immaginario collettivo del Novecento, Capa è in grado di descriverci gli eventi bellici attraverso singoli scatti, evocativi racconti.


Celeberrima icona, che quasi si confonde sui muri di Palazzo Reale tra altri intensi bianco neri, questa del miliziano spagnolo che cade colpito a morte sul fronte di Cordova, durante la guerra civile del 1936-39, tanto cruda e vera da essere diventata il simbolo non solo della lotta antifascista, ma indubbiamente anche della fondamentale opera del fotoreporter e della denuncia fotografica.




“Il  più lungo e importante del ’900 è secondo la maggior parte degli storici il 6 Giugno 1944, il D-Day, il giorno dello sbarco in Normandia.
Di quel giorno sono rimaste solo 11 fotografie, 11 immagini sgranate e leggermente fuori fuoco, 11 icone del secolo breve scattate durante l’alba più lunga. 11 fotografie scattate dal più grande e famoso fotoreporter di sempre: Robert Capa."




Il fotografo dimostra anche le sue grandi qualità di ritrattista con scatti che lo liberano, in parte, dall’etichetta del puro e duro fotografo di guerra: molte delle sue immagini, infatti, catturano, anche le gioie della pace e il glamour dei tanti amici scrittori, attori, giornalisti, artisti di cui si circondava. Capa forse per il carattere ,la bravura, l'entusiasmo entrò con facilità nel giro della grande cultura Europea conoscendo la amicizia di grandi e famosi intellettuali. Emerge da tali scatti la sua vena lirica  e talvolta anche spiritosa – tanto da essere paragonabile a quella di altri fotografi come André Kertész o Henri Cartier-Bresson





Ernest Hemingway





Robert Capa e Jhon Steinbeck


Henri Matisse










Ingrid Bergman
















Pablo Picasso con nipote
Truman Capote














La primavera messicana: il movimento #YoSoy132


 di Camilla Sollecito


Messico, elezioni presidenziali 2012.

Manifesto elettorale di Enrique Peña Nieto
Il candidato del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) Enrique Peña Nieto era il favorito alle elezioni presidenziali del 1 luglio 2012. Il suo partito aveva già governato il Messico in una sorta di regime monopartitico quasi ininterrottamente tra il 1929 e il 2000. Da quella data le redini del potere erano passate al conservatore Partito Azione Nazionale (PAN) e aveva vinto le elezioni il candidato Vicente Fox e poi nel 2006, Felipe Calderón il presidente ancora in carica.

Peña Nieto appena eletto presidente
In quello stesso anno 2006 Peña Nieto era stato governatore dello Stato del Messico, e, appoggiato dal presidente Vicente Fox, aveva mandato migliaia di polizziotti nel paesino di San Salvador Atenco, dove era sorta una protesta per la costruzione di un nuovo aereoporto nella regione. In quell'episiodio una trentina di donne erano state violentate dalla polizia, due studenti erano morti e più di duecento contadini arrestati.

Di questo fatto e di molte altre azioni autoritarie e violente chiesero spiegazione l'11 maggio del 2012 Gli studenti dell'Universidad IberoAmericana, un istituto privato di gesuiti a Città del Messico, dove il candidato del PRI era stato invitato per una tavola rotonda. Gli studenti quel giorno persero la pazienza insoddisfatti delle risposte di Peña Nieto, che riguardo alle vicende di Atenco affermò : « [...] ho preso la decisione d'utilizzare le forze di polizia per ristabilire l'ordine, sfortunatamente si sono verificati alcuni incidenti che sono stati tuttavia debitamente sanzionati [...] è stata una decisione che mi assumo personalmente [...] seguendo il legittimo diritto dello stato del Messico a fare uso della forza pubblica e questa decisione e' stata validata dalla corte suprema [...]. », (come si riporta anche in quest'articolo di un giornale messicano.). Quel giorno il candidato del PRI fu costretto a nascondersi in bagno e poi imboccare l'uscita posteriore.

Enrique doveva il suo successo fino a quel momento principalmente a due motivi. Il primo riguarda la lotta al narcotraffico: il PRI aveva preferito stipulare accordi con i narcotrafficanti evitando molte morti ma favorendo la criminalità, il PAN invece nel tentativo di combatterli aveva causato, secondo stime non ufficiali, circa 60'000 vittime.
Il secondo motivo è invece legato all'informazione. Peña Nieto oltre a essere un'abile show-men possedeva l'appoggio incondizionato dei due network televisivi che da soli occupano il 90% del mercato dei media messicani, Televisa e TV Azteca. Proprio queste due televisioni il 12 maggio decantarono la buona riuscita dell'intervento del candidato nell'università iberoamericana, insieme a molte testate giornalistiche. La televisione Milenio TV girò un video in cui dei simpatizzanti di Peña Nieto, fingendo di essere studenti dell’università IberoAmericana, elogiavano il gran successo del candidato. Il presidente del PRI Pedro Joaquìn Coldwell invece, insieme a Peña Nieto stesso, accusò gli studenti di essere manovrati da gruppi di estrema sinistra violenti e li denigrò.

Gli universitari, quel giorno, avevano protestato specialmente per il duopolio delle televisioni e per rendere più democratici i mezzi di informazione e così, questi episodi, confermarono la validità delle loro rivendicazioni. Risposero allea queste accuse sui social networks: uno studente di scienze della comunicazione registrò un video con centotrentuno ragazzi che mostrando il loro libretto universitario dimostrarono di esistere, di non essere violenti, nè sottoposti ad alcun partito, ma semplici studenti, stufi di essere presi in giro.
Il loro messaggio si diffuse rapidamente passando da youtube a twitter, molte altre università scesero in piazza e si unirono alla protesta.

Quando poi i telegiornali e i mezzi di informazione li accusarono di essere solo 131 elementi in una Nazione di oltre cento milioni di individui, il giorno successivo nacque il movimento YoSoy132, "io sono il numero 132" da parte degli altri studenti messicani: quei ragazzi non erano da soli. Un alunno del Tecnologico de Monterrey con un gioco di parole creò l'hashtag #YoSoy132. che diede il nome al movimento.
 Sabato 19 maggio inoltre, una manifestazione a Città del Messico contro Enrique Peña Nieto, benché già organizzata da tempo, fu monopolizzata dagli studenti: 40-50mila giovani si riversarono nelle strade della capitale, mentre in contemporanea diverse migliaia manifestano nelle piazze delle altre città del paese. Parte della manifestazione arrivò sotto la sede di Televisa, il principale alleato mediatico di Peña Nieto. Su twitter l'hashtag #MarchaYoSoy132 si propagò come un incendio e restò per giorni sulle bocche di tutti. Sui giornali si iniziò a parlare di "primavera mexicana".

Il 24 maggio e il 30 maggio ci furono altre due importanti manifestazioni. In particolare in questa seconda data, 7000 studenti da 54 università di tutto il Messico si ritrovarono nei giardini dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, la più grande università pubblica dell’America Latina, per definire un programma e un’agenda. Il movimento pubblicò il suo manifesto e fu creato un video messo su youtube dove vari studenti esponevano i vari punti. I ragazzi si definirono apartitici e caratterizzati dalla volontà di rinnovare la situazione del paese. Gli studenti infatti si battevano per la libertà di espressione, invocando la democratizzazione della vita pubblica e dei mezzi di comunicazione e un'elezione trasparente e senza brogli; chiedevano inoltre uguali possibilità di studio e di lavoro per tutti i cittadini e accesso a Internet per tutti. Esigevano un processo politico a Calderòn per le vittime nella guerra del narcotraffico, chiedevano medicine gratuite, accesso all'acqua per tutti e che Pemex (l'azienda petrolifera pubblica messicana) non fosse privatizzata.


Il 10 giugno si svolse il secondo dibattito tra i canditati che fu un fiasco e mise in cattiva luce Peña Nieto, oltre che essere palesemente imparziale. Molto più successo riscosse il 19 giugno quello organizzato dal movimento più libero e movimentato, trasmesso in diretta streaming su youtube, a cui aderirono tutti i candidati eccetto Peña Nieto.

Purtroppo gli sforzi di questi studenti per cambiare il sistema politico non bastarono a fermare il candidato del PRI. Li penalizzò sicuramente una certa disorganizzazione interna ma principalmente li misero in difficoltà le strategie del governo per farli apparire in tutti i modi un movimento diviso e violento,  che ricorse anche a infiltrati nelle manifestazioni.
Il 1 luglio Peña Nieto ottenne il 38,2 per cento mentre il suo avversario, il candidato del PRD (partito della Rivoluzione Democratica) Andrès Manuel Lòpez Obrador il 31,5 percento dei consensi. Obrador convinto che ci fossero stati dei brogli elettorali  dichiarò: <<agiremo per vie legali>> e presentò un ricorso in tribunale per presunte irregolarità. Il 31 agosto il tribunale, nonostante i tentativi di dimostrare che il PRI avessse comprato cinque milioni di voti, dichiarò Peña Nieto presidente. Egli si insediò ufficialmente alla presidenza il 1 dicembre 2012 e gli studenti convocarono l'ennesima manifestazione, che però non modificò l'evidenza dei fatti.

Adesso il movimento #YoSoy132 continua a crescere e ad agire principalmente sui social networks in particolare nella sua pagina twitter, organizzando manifestazioni e sperando nel cambiamento. Recentemente ha conseguito una vittoria riguardo il proprio riconoscimento, poichè a quanto sembra, la commissione dei diritti umani si è schierata a suo favore. Inoltre ha proclmato una manifestazione antifascista chiedendo di non criminalizzare la protesta.

La primavera messicana, come già in precedenza lo è stata la primavera araba, è l'ennesima dimostrazione di come internet sia diventato un libero canale di dialogo e confronto, che permette ai giovani di esprimere la propria opinione e ribellarsi a prescindere dalla monopolizzazione dello stato degli altri mezzi di comunicazione. La domanda che resta da porsi è se saremo in grado continuare a sfruttare in modo concreto la possibilità di democrazia che ci offre il web o se gli accenni di cambiamento rimarranno scritti sotto forma di hashtag.

domenica 24 marzo 2013

Eine Kleine Wagner

di Margherita Caputo


Quest’anno festeggeranno insieme il bicentenario dalla loro nascita due colossi del teatro musicale Europeo: Giuseppe Verdi e Richard Wagner. Impossibile ridurli unicamente a compositori, entrambi ragionarono sempre in termini di teatro (il modello di Wagner era quello della Grecia antica) anche se la loro opera lirica rimane un pilastro della musica Ottocentesca.

Richard Wagner nacque dopo otto fratelli nel 1813 a Lipsia, dal noto funzionario K. F. Wagner anche se si vociferava che fosse il figlio naturale dell'attore ebreo Ludwig Geyer.

Portò a termine con successo gli studi  letterari iniziati all’Università di Lipsia nel 1831 ma fin da ragazzo si mostrò attratto verso il teatro e la musica, quella di Weber e Beethoven in particolare e tentò di comporre drammi, opere e sinfonie ma non si pose tuttavia seriamente allo studio della musica se non piuttosto tardi, compiendolo per altro molto rapidamente.

La sua musica e il suo teatro, a cui era caro il tema della mitologia, si sono prestati, nel tempo, a svariate interpretazioni, e sono spesso state motivo di diatribe a livello musicale ma anche politico. Fu eretto a vessillo dalla società tedesca degli anni ’30. Adolf Hitler, sproloquiando, sosteneva che: “Chi vuol capire la Germania nazionalsocialista deve conoscere Wagner”, ma durante tutto il ventesimo secolo Wagner fu letto e rappresentato anche in altre chiavi: socialista, rivoluzionaria, marxista, psicanalitica, mistica, fantasy e numerose altre.
Nonostante ciò il teatro di Wagner sopravvive alle sue interpretazioni grazie a quella misteriosa proprietà della grande Musica, di spaziare più che in orizzontale (sulla terra, tra gli uomini e le loro diverse culture), in verticale, protendendosi verso l’alto, verso il cielo, sconfinando nell’infinito Celeste.

Giovedì 7 Marzo 2013 in occasione del duecentenario dei natali di questo grande musicista romantico è stato rappresentato, nell’auditorium di Torino dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, un estratto dall’opera di 591 pagine del “Gotterdammerung” (Il crepuscolo degli dei), composta dal 1848 al 1874.

Ha diretto l’orchestra il giovane direttore siberiano Kirill Petrenko e hanno interpretato i ruoli di Brunhilde e Siegfried, protagonisti dell’opera, i cantanti lirici Evelyn Herlitzius, di Amburgo e Lance Ryan, tenore canadese che ha esordito in Italia nel 2002.

L’opera ha ricevuto un’ottima accoglienza da parte del pubblico torinese, catturato dalla maestosità della parte orchestrale e l’intensità delle Arie. Secondo le cronache la rappresentazione dell’opera (ovviamente sempre degli estratti data l’entità) aveva raccolto già un grande successo durante la prima rappresentazione in assoluto  avvenuta domenica 22 dicembre 1895, quando Arturo Toscanini la diresse dal podio del Teatro Regio di Torino. L’ultima volta che la Tetralogia fu presentata nella nostra città, diretta da Eliahu Inbal con l’Orchestra Nazionale della Rai, fu durante le stagioni concertistiche fra il 1996 e il 1998.


Sicuramente la nostra città quest’anno aprirà le porte all’opera wagneriana più volte, e sarà estremamente interessante scoprire quali dibattiti, critiche, scontri di idee saranno scatenati da questo teatro che nel cuore, solenne e mistico al contempo, contiene le contraddizioni e i drammi del nostro presente.

Ricerca UE: La pirateria non danneggia l'industria musicale

di Lorenzo Repetti


L’Italia, in base alle ricerche compiute dalla compagnia americana “Musicmetric”, occupa il terzo posto nella classifica mondiale di download illegali in campo musicale, preceduta solo da Regno Unito e USA.
Dal momento in cui è nata la pirateria informatica è iniziata la lotta delle case discografiche contro lo scaricamento di brani dal web. 
In alcuni paesi, come il Giappone, il download di qualsiasi file che sia protetto da copyright è considerato un reato grave e può portare ad una sanzione massima di due anni in carcere. La Svizzera invece ha deciso di considerare la pirateria ad uso personale legale; non è infatti prevista alcuna sanzione per chiunque scarichi dal web.

Nel 2011 la Sabam, una società di gestione belga incaricata di autorizzare l'utilizzo da parte di terzi delle opere musicali degli autori, aveva fatto causa alla Scarlet Extended SA, ex Tiscali, poiché quest’ultima forniva ai propri utenti i mezzi per scaricare brani da internet. La richiesta fu che la Scarlet impedisse ai propri utenti di accedere a qualsiasi tipo di connessione peer-to-peer, ma la sentenza definitiva della Corte di giustizia dell’UE giudicò non colpevole la società accusata, dichiarando che «l'ingiunzione imporrebbe una sorveglianza generalizzata, incompatibile con la direttiva sul commercio elettronico».


Una recente analisi condotta dall’IPTS  (Institute for prospective technological studies) per conto della commissione europea evidenzia il fatto che la pirateria in realtà non rechi alcun danno al settore musicale, anzi, ne incrementi le vendite. Questi studi sottolineano il fatto che gran parte della musica scaricata illegalmente non verrebbe comunque mai comprata. Spesso i siti pirata acquisiscono una funzione promozionale e, in base alle statistiche, gli utenti che abitualmente mettono in download i brani musicali ne acquistano poi il 37% in più rispetto ai normali compratori . Se non fosse più possibile scaricare materiale pirata, tutti i venditori di musica online vedrebbero calare i propri profitti del 2%; non si tratterebbe certo di una perdita disastrosa, ma potrebbe mostrare che la pirateria informatica non è esattamente “la peggiore piaga” dell’industria musicale come viene invece presentata dalle case discografiche. Quest'ultime infatti addossano la colpa per ogni minimo calo di fatturato alla pirateria, non pensano quasi mai che la diminuzione delle vendite possa dipendere dai prezzi sempre più alti degli album musicali. Naturalmente l’industria discografica internazionale ha subito pubblicato una severa risposta a questa ricerca dell’IPTS, definendola fuorviante, inaffidabile e del tutto scollegata dalla realtà commerciale. Sicuramente si tratta soltanto di statistica e i dati potranno essere non proprio esatti, ma nemmeno opposti, specialmente se si tiene presente che la Columbia University aveva già portato a termine una ricerca analoga  con gli stessi risultati.

Tutti con Silvio: 23 marzo, manifestazione del PDL

di Ilaria Dal Lago



Il 23 marzo il PDL è sceso in Piazza del Popolo a Roma, con il suo leader, per il suo leader Silvio Berlusconi. Una manifestazione organizzata “per un’Italia nuova, per un cambiamento” dicono gli esponenti del partito.
La piazza era piena, elettori convinti con i loro striscioni per difendere il loro presidente dalla magistratura e da chi lo attacca. I manifestanti grazie a Silvio Berlusconi sono riusciti persino ad arrivare in piazza senza bisogno di pagare la metro.
  
Ma come sempre non è tutto oro quel che luccica.
Tra i manifestanti sono risultate centinaia di comparse reclutate dalla società “Aba video” che si occupa di provini per la TV; lo ha rivelato il quotidiano Repubblica, che ha girato un video che rivela come molti non-sostenitori di Silvio Berlusconi abbiano accettato per soli 10 euro di partecipare alla manifestazione.
“Una miseria, ma ho una pensione da schifo e devo arrotondare” spiega uno dei manifestanti.

Durante la manifestazione il presidente Berlusconi dice del segretario del PD  che quello dato al “signor Bersani” è “un incarico precario”. Aggiunge poi, parlando della sinistra italiana “se anche il Quirinale dovesse andare alla sinistra sarebbe un golpe contro il paese”.
Parlando di Monti ironizza “Monti è sempre stato supino alla Germania ora anche all'india”, scatenando le risate della piazza.
Tante battute e comicità – di cui la politica italiana ultimamente abbonda -  a partire da Ingroia di cui dice ”Lo hanno mandato in Valle d’Aosta, l’unico posto dove non si e’ candidato, ora farà le intercettazioni agli stambecchi del Gran Paradiso”; accenna anche a Di Pietro con ironia ”Mando un saluto a Di Pietro, spero che le sue braccia che sono tornate all’agricoltura non facciano troppi danni”, dice Silvio Berlusconi.
Durante il suo lungo discorso, Berlusconi parla di una nuova campagna elettorale per vincere, da’ consigli sostenendo che il Presidente della Repubblica debba essere un esponente del centrodestra.
Una piazza decisa a difendere il proprio leader; “Anch’io con Silvio”, “Silvio non sei solo”, recitano alcuni cartelli dei sostenitori più accaniti.
Ed è proprio Berlusconi a ribattezzare dicendo che Piazza del Popolo sarà Piazza del Popolo della Libertà.

Acclamato, applaudito, sostenuto dalla piazza soprattutto quando espone critiche nei confronti della magistratura, Berlusconi sembra non aver perso la sua popolarità nelle piazze, tra il popolo.
Un popolo talmente disperato che, per soli 10 euro, ha accettato di vendere i propri ideali.