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domenica 7 aprile 2013

FIOM: Per dare voce ai lavoratori

di Federica Genovese


La FIOM (Federazione Italiana Operai Metalmeccanici) organizza la manifestazione a favore dei lavoratori.




Alle 9 in Piazza Arbarello per arrivare alle 11 fin sotto il Palazzo della Regione, in Piazza Castello. Sarà questo il percorso che seguirà il corteo di protesta indetto dalla Fiom per il 9 aprile, alla quale parteciperanno i rappresentati di alcune aziende in crisi e alcuni delegati della Fiat. Oggetto della manifestazione sarà, ancora una volta, il diritto al lavoro riferito alle norme stabilite dal contratto dei lavoratori.
Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom, ha dichiarato e sottolineato la loro completa e perenne opposizione al licenziamento dei dipendenti e non elude ancora una volta a chiedere alle istituzioni politiche di interessarsi e applicarsi per i gravi problemi dei lavoratori e di quelle migliaia di persone che ormai sono disoccupate.
Si combatte ancora perchè si intervenga nella tutela del lavoro, del lavoratore e del reddito, per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga e i contratti di solidarietà, che permetterebbero al cittadino disoccupato di provvedere almeno ai suoi bisogni primari, che, dato il periodo di crisi, si fanno sempre più gravi da soddisfare.
La Federazione Italiana Operai Metalmeccanici, aderente alla CGIL e che da anni si batte anche per la tutela dei lavoratori nel campo della metallurgia, ha svolto un'indagine statistica riguardo al mercato del lavoro in Italia negli ultimi quattro anni, che ha fornito dati poco rassicuranti. Considerando la situazione di 406 aziende campione, il 31,7% di queste sono state dichiarate fallite, e il numero dei lavoratori è calato da 56.125 a 42.000.

Corea del Nord: gli analisti si interrogano

di Ludovica Antonioli 


"We are trying to turn the volume down” (“stiamo cercando di tenere il volume basso”) ha detto qualche giorno fa un ufficiale del Dipartimento della Difesa Americana: “noi accusiamo i nordcoreani di alzare continuamente la tensione, ora siamo preoccupati di non fare lo stesso". Aumenta l’attrito tra Stati Uniti d’America e Corea del Nord rispetto alla notizia citata dall'agenzia Yhonap."La Corea del Nord ha recentemente caricato due missili a medio raggio su una rampa di lancio e li ha nascost in un luogo sconosciuto della costa orientale”. Ad alimentare la tensione contribuisce anche il messaggio del regime rivolto alle ambasciate straniere, che sono state invitate a tenersi pronte a lasciare il paese in caso di necessità. Tuttavia la Casa Bianca afferma di non essere stupita da questo comportamento e Mosca afferma che “ci sono elementi familiari “e dunque non intende spostare il personale diplomatico. Gli analisti continuano a pronunciarsi riguardo la condotta di Pyongyang e molti sostengono che la Corea del Nord stia mettendo il mondo di fronte alla minaccia nucleare, vantando la capacità di sparare missili contro la base militare americana situata sull’isola di Guam, non perché voglia realmente una guerra né perché si proponga un sostanziale obiettivo politico, ma per testare le reazioni della comunità internazionale .Infatti non avrebbe le capacità per lanciare missili nucleari contro l’America e secondo James Hardy redattore per il Jane’s Defence Weekly i missili nel peggiore dei casi potrebbero raggiungere il Giappone.Altri invece sostengono che questo sia l’ultimo gesto di un paese alle prese con una grande difficoltà socio-economica ,nascosta dietro ad un’ideologia che ufficialmente condanna l’ingiusta distribuzione delle ricchezze .Non c’è traccia di alcun tipo di riforma e lo Stato continua a rimanere fedele al culto del predecessore e padre diKim Jong II. Non si conoscono le reali intenzioni di questo stato e queste dunque sono solo speculazioni.Non resta che aspettare.

Spotted, la nuova moda del web arriva anche in Italia

di Ilaria Dal Lago


Arriva anche tra i giovani italiani la nuova moda del web, le pagine “spotted”.
Le pagine “spotted” (che letteralmente significa “adocchiato”) sono delle pagine sui social network – più nello specifico Facebook – gestite da admin anonimi che pubblicano pensieri di utenti altrettanto anonimi.
La prima pagina spotted nasce a Londra nel 2010, quando degli studenti universitari decidono di aprire una pagina in cui possano commentare le ragazze dell’Università in modo anonimo. In un brevissimo lasso di tempo il sito ha raggiunto i 250mila utenti, ma non ha avuto lunga vita data la numerosa quantità di proteste che hanno portato alla sua chiusura.

Le pagine spotted, quindi, non sono altro che un nuovo modo per comunicare tra i giovani in modo anonimo, e si sono diffuse in Italia a partire da quest’anno. Queste pagine riguardano luoghi pubblici, come licei o università, o addirittura intere città.
A Torino si sono diffuse numerose pagine spotted, come quella che riguarda la Metro di Torino, o l’Università degli studi, persino il Liceo Classico Vittorio Alfieri, frequentato dalla redazione di Informati, ne ha una!
Una vera moda, insomma, che si basa semplicemente sull’anonimato; critiche, dichiarazioni d’amore, lamentele, si può leggere di tutto su una pagina spotted.

Un altro passo avanti dei social network o semplicemente una nuova dimostrazione che noi giovani siamo sempre meno in grado di comunicare tra noi? Ai posteri l’ardua sentenza.

sabato 6 aprile 2013

La Partita. Scambio di idee tra Renzi e Bersani e un governo ancora da formare.

di Maria Sbarbati.


Clima burrascoso in casa PD. Negli ultimi giorni il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, è tornato a far parlare di sé, invitando, inizialmente, a uscire dalla “sede vacante” e in tempi brevi, per, poi, ritornare più volte sulle sue parole; specificando, limando e correggendo. Il riferimento alla sede pontificia e alla recente nomina di Papa Francesco
non è casuale. Renzi ha infatti dichiarato: "Decidetevi, sono passati più di quaranta giorni dalle elezioni. Persino la Chiesa che non è un modello di speditezza è riuscita a organizzarsi velocemente. Con il sistema politico che abbiamo non abbiamo ancora capito chi ha vinto o perso le elezioni". Il sindaco insiste convinto che "Le soluzioni tecniche, se si vuole, si trovano, ma bisogna volerle e smettere di pensare ai destini dei leader politici, e pensare ai problemi del Paese".

Attaccato da Sinistra e invece approvato da Destra, rispetto all’invito ad allearsi con il PdL per il cosiddetto  patto col diavolo, oggi ha specificato: "Non so se la soluzione di un governo PD-PdL sia quella che davvero i dirigenti romani sceglieranno. Le alternative sono tre: governo PD-PdL, PD-M5S o elezioni. Il governo PD-M5S, Grillo non vuole; le elezioni mi sa che non le vogliono in tanti. Su un governo PD-PdL staremo a vedere". Esclude infine che da parte del Quirinale arrivi a lui il compito di formare un nuovo governo, nonostante un  sondaggio Swg realizzato in esclusiva per Agorà su Rai Tre,  assegnerebbe a un Pd guidato dal sindaco di Firenze il 36% dei voti: un risultato che realisticamente garantirebbe la maggioranza su centrodestra (28%) e Movimento 5 Stelle (26%), con uno scarto di circa 8 punti percentuali rispetto a quello guidato da Bersani.

A ribadire la non volontà del primo cittadino di Firenze di supplire all’attuale Presidente PD  c’è la reazione di Renzi e dei suoi fedelissimi al titolo con cui ieri è uscita L’Unità:
“No di Renzi al Governo Bersani”. Titolo considerato talmente inappropriato da spingere Matteo Richetti, fedelissimo di Renzi, a chiedere le dimissioni del direttore del quotidiano, Caludio Sardo.  Ripreso, però,  dal portavoce di Pierluigi Bersani, Stefano Di Traglia, in una replica su Twitter, ha porto le sue scuse, senza tuttavia ritrattare sulla gravità dell’attacco da parte del giornale.


Sembra dunque una partita tra renziani e bersaniani, ma in realtà resta da decidere il destino dell’Italia in una così delicata fase, e più voci si sono levate sostenendo che larga parte degli italiani pensa quello che Renzi ha sostanzialmente detto,  cioè di fare qualcosa, e soprattutto di farlo “adesso!” – per impiegare motti che già in passato sono stati propri dello sfidante di Bersani alle primarie.
La posta in gioco non sono, dunque, le tanto famigerate “poltrone”, ma il presente e il futuro del nostro Paese, al quale forse sarebbe davvero bene dare segnali più forti.


venerdì 5 aprile 2013

Da Lipsia all’Olimpo dell’Elettronica

di Andrea Sala


Paul Kalkbrenner, disc jockey tedesco di fama internazionale e attore, nasce a Lipsia nel 1977. La sua formazione e maturazione artistica si svolge però a Berlino, dove intraprende la sua carriera ai piatti già a metà degli anni ’90. Manifesta da subito una spiccata attitudine per generi musicali emergenti come l’elettronica, la techno e la trance, e a partire dal 1999 collabora con la nota casa discografica tedesca BpitchControl, per la quale produce tutti i suoi album (anche se dal 2011 ha fondato una casa discografica propria, la Paul Kalkbrenner Musik): nel 2001 esordisce con Superimpose e Zeit, nel 2004 lancia Self , nel 2005 Maximalive e nel 2006 Reworks.


Per quanto riguarda la sua carriera da attore, è da segnalare il ruolo da protagonista nella pellicola Berlin Calling, realizzata nel 2008 dal regista tedesco Hannes Stöhr, premiata, nel corso dello stesso anno,  al Locarno Film Festival e all’Amburgo Film Festival, e l’anno successivo al più prestigioso Berlino Film Festival. In più, Kalkbrenner realizza la colonna sonora del film (poi diventata un autentico album), contribuendo a rendere Berlin Calling un vero e proprio cult del suo genere; dall’album, collaborando insieme al fratello Fritz, trae nel 2009 il suo primo singolo, Sky and Sand, disco d’oro in Belgio e successo internazionale.





La sua carriera prosegue e, fra un concerto e l’altro, nel 2011 realizza – e produce – un nuovo album, Icke Wieder : un disco di dieci tracce in stile electro con una spolverata di techno, e con una direzione un po’ più minimale rispetto agli album precedenti.


Paul Kalkbrenner nel 2011 all’Oval Lingotto di Torino,  in occasione della presentazione di Icke Wieder

Nel 2012 Kalkbrenner pubblica poi il nuovo album, Guten Tag, un’ennesima prova della sua maestria tecnica: dimostra sempre come la sua sia una techno accessibile a tutti, non graffiante e non noiosa (nonostante i brani del disco siano 17). Kalkbrenner conquista: questa sua capacità lo distingue dagli altri e gli ha permesso di meritare nel 2012 la novantunesima posizione nel ranking mondiale nella classifica top 100.
Dall’inizio dell’anno, ma specialmente a partire da febbraio, Paul è stato impegnato in diverse occasioni per il Guten Tag Tour, nelle quali ha suonato con successo in quindici località europee diverse con ben 3 sold out (Parigi, Amsterdam e Berlino). Il suo soggiorno in Italia, il 22 Marzo a Fiera Milano e il 23 Marzo al Palalottomatica di Roma, è stato ben accolto dai suoi fan che lo hanno supportato calorosamente.

Fare techno senza scendere a compromessi e risultare contemporaneamente graditi alle masse per anni è affare molto difficile, ma Paul Kalkbrenner lo sa fare molto bene.


LINK UTILI:

giovedì 4 aprile 2013

JBT - Il mito

di Lorenzo Ricardi


A chi non sarà mai capitato mentre fa un giro per la propria città di incontrare un artista di strada mentre suona, canta, pratica attività di giocoleria o altro ancora. Queste persone in gergo vengono chiamate Busker e solitamente si esibiscono gratuitamente. Purtroppo gli artisti di strada sono in via di estinzione, forse per colpa della troppa burocrazia che sta alle spalle di queste organizzazioni. In alcuni casi infatti per potersi esibire c'è bisogno di una licenza, o un permesso del comune: bisogna rispettare un rigido regolamento e tuttavia non sono rare le sanzioni per disturbo della quiete e occupazione del suolo pubblico.
 Busker australiano
    Il ragazzo nella fotografia é John Butler. Nasce il 1 Aprile del '75 in California. Dopo essersi trasferito in Australia, la madre gli regala una Dobro del 1930. La sua carriera musicale comincia per le strade. Suona qualsiasi genere di strumento, prediligendo però gli strumenti a corde. Nelle vie di Perth il suo nome comincia ad esser conosciuto. John acquista una certa notorietà, proporzionale alle sue abilità.
La sua musica è apprezzata dagli australiani, tanto che decide di unirsi ad altri due ragazzi come lui e formare una band,  The John Butler Trio, composta da lui, Byron Luiters e Nicky Bomba.


the John Butler Trio 
JBT

I tre ragazzi riscuotono un immediato successo, pubblicando due album  nel biennio '98 - '00. Attraverso il passaparola, immagini, e video diffusi sul web si creano una piccola schiera di seguaci, ma il mito dei JBT fatica a farsi conoscere a livello mondiale.
 La musica di John è infatti decisamente di nicchia, è un genere underground, che non tutti apprezzano.
 Ma nel 2001 arriva la svolta per i tre giovani ragazzi: con la pubblicazione dell'album "Three" alcune radio cominciano a trasmetterlo, in particolare la radio alternativa "Triple J" che gli consente di scalare la classifica dell'emittente australiana ( l'equivalente di Rockit in Italia). Prendono parte a numerosi festival musicali, vincono nel 2001-2002 il disco di platino australiano. 
I "The John Butler Trio" contano oggi centinaia di migliaia di fan e ben 8 album pubblicati. 
I suoi tour purtroppo passano raramente per l'Italia, dove ahi me non troverebbero molti spettatori, preferendo quindi mete americane e ovviamente australiane. Ecco alcuni  tour dell'anno della band di strada. 

Informati in 3 continenti

Italia, USA, Francia, Russia, Germania, Regno Unito e Israele..
Felici di aver raggiunto ben 7 paesi!


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La Redazione di Informati   

domenica 31 marzo 2013

Djent

  di Davide Ottoveggio

"Yeah, but can it Djent?"



Foto di memegenerator.net
Rumore & Melodia

Il Djent è un nuovo movimento, 
che interessa il genere heavy metal.
Sicuramente questo sottogruppo musicale nasce con una particolare spontaneità, in un modo del tutto diverso dal passato, attraverso un processo più consone ai tempi moderni: con il web.

Dal blog HRHM:
"Tanti generi sono nati da movimenti di determinate zone, altri da idee comuni a vari musicisti, altri ancora sono nati per caso dalla sperimentazione; il djent no, Il Djent nasce su un forum online, il forum di una band alla quale tutto il movimento è legato indissolubilmente, i Meshuggah".

Misha Mansoor, l'origine del nome e le caratteristiche

Misha Mansoor dei Periphery
Le dita che digitarono per la prima volta la parola "djent" sono di Misha Mansoor, il fondatore dei Periphery, che con un gruppo di amici su un forum dichiararono che la loro musica si sarebbe chiamata così.

Djent è un termine onomatopeico per imitare il suono che produce una chitarra elettrica in powerchord, con l'aggiunta di una quinta, su una chitarra da sette corde. Una sorta di percussione metallica e profonda che, soprattutto nei Periphery, accompagna una linea vocale pura e melodica.

I Periphery
Trattandosi di "death-metal", le spezie più piccanti che condiscono questo genere sono growl e scream. Ma la grande novità è proprio il forte contrasto che scaturisce dalla mistione: voce melodica e limpida + potenti percussioni (assolutamente amelodiche) e nelle veloci poliritmie della batteria.

Citando ancora HRHM:
"Lo stile Djent è un moderno progressive metal composto da powerchord add5 stoppati, batteria in poliritmia, cantato Harsh a farne le basi ed in più ci sono svariate inserzioni melodiche, cambi di tempo e perché no, strizzate d’occhio a vari generi come prog rock e jazz. Bisogna dire comunque che la forte voglia di sperimentazione da parte delle varie band le porta spesso a viaggiare su territori unici seppur mantenendo i canoni base del genere".

 

Il metal incontra l'elettronica


Sono moltissime le inserzioni elettroniche, nel djent. Gli outro (i finali) peripheryani sono sempre composizioni elettroniche, virtuose ed articolate, dove certo non manca la polirtmia.

Remì Gallego: The Algorithm
L'originale fusione dà vita ad un nuovo tipo di djent: si chiama djent-step (fusione tra djent e dubstep). Veri esempi di follia ritmica che, pur essento frutto del moderno remix, puntano alla ricerca di uno stile molto vicino alla classica.

Un celebre esempio della corrente djent-step è la one-band-man "The Algorithm"
(ascolta The Algorithm su "SoundCloud")
(The Algorithm su "Facebook").

 

Un po' di nomi


Link utili



Un sentito ringraziamento a Carlo Scibilia e a suo fratello, Sergio, per avermi fatto conoscere questo genere musicale e per i loro consigli.

venerdì 29 marzo 2013

L'Amleto moderno

di Diego Villani



Sono passati ormai quattrocento anni dalla stesura della tragedia shakespeariana più conosciuta e rappresentata nei teatri di tutto il mondo, eppure i temi trattati paiono essere sempre gli stessi e non cambiare mai: la relazione tra genitori e figli, la passione amorosa, il potere al vertice di uno stato, ma anche la pazzia, il binomio azione/inerzia, le grandi questioni esistenziali che affliggono l’uomo da millenni.
Una scena tratta dallo spettacolo
Tutto questo è stato rappresentato con particolare abilità mercoledì 13 marzo alle 21 al teatro Gobetti dalla compagnia teatrale "Teatro di Dioniso”, che ha saputo dare un tocco moderno all'opera drammaturgica.Diretto da Valter Malosti, “Amleto” ha avuto il proprio debutto al teatro Alfieri di Asti lunedì 25 febbraio per la stagione “Parole d’Artista” seguita da una ricca tournèe a Brescia, Torino e Bellinzona. L’adattamento dell’opera si somma al numero delle rivisitazioni dell’”Amleto”, già proposto dalla medesima compagnia nel 1999 con grande successo di pubblico e di recensioni.
I personaggi
Gli attori, tra cui spicca lo stesso regista nel ruolo del patrigno di Amleto, escono per la maggior parte neo diplomati dalla Scuola per attori del Teatro Stabiledi Torino di cui Malosti è direttore: Annamaria Troisi, Jacopo Squizzato, Christian Mariotti La Rosa, Mauro Bernardi, Roberta Lanave, Mariano Pirrello, Sandra Tuffolatti e Leonardo Lidi, il protagonista. Lo scenario è diverso rispetto all'opera originale: ci si trova in un Ottocento per certi versi inaspettato caratterizzato da un’atmosfera cupa e disorientante e si passa immediatamente dopo nella camera da letto della madre di Amleto che, adattandosi alle scene, farà da coreografia fino alla fine dello spettacolo.
Valter Malosti, attore e regista
«Conduco un lavoro sospeso fra tradizione e ricerca alla scoperta di un “teatro sensibile”, - spiega Malosti - dove l'emozione e il corpo dell’attore vogliono essere il punto focale del fare teatro, senza rinunciare ad una spiccata attenzione per le arti visive e la musica».Questo è il filo conduttore di tutto lo spettacolo che fa uso di parti cantate composte da Bruno De Franceschi e cantate dagli attori durante la recitazione, di effetti sonori a cura del sound designer Gup Alcaro e di giochi luminosi creati da Francesco Dell’Elba. «Ho chiesto ai miei attori - racconta Malosti - di prendere il testo alla lettera; la poesia di Shakespeare è sempre concreta, e quando si riesce a dare un corpo a questa concretezza il fiume delle parole scorre impetuoso e insieme limpido». Malosti riesce sicuramente nel suo tentativo di riadattamento senza apportare modifiche troppo radicali, ma allo stesso tempo arricchendo il teatro shakespeariano con soluzioni e stratagemmi spesso percettibili solo all'occhio dello spettatore attento. La contemporaneità dell’Amleto di Malosti sta nel fatto che durante la recitazione improvvisamente gli attori pariano con parole che non sembrano lontane da se stessi, ma che sono adatte per quello che devono esprimere, e quelle medesime parole potrebbero essere pronunciate anche dal pubblico. 

mercoledì 27 marzo 2013

Torino: l'epopea di Capa in un folgorante bianco e nero

di Ioana Stefanelli



"La migliore mostra su Capa che abbia mai visto” e se lo dice John Morris, primo direttore della Magum Photos (fondata dallo stesso Capa) e grande amico del fotografo, c’è da fidarsi.

L’ormai 96enne, esordisce in  questo modo, all'inaugurazione della mostra del 14 marzo a Torino, città che dopo l'esposizione delle ironiche opere di Henri Cartier-Bresson dello scorso anno, che ha richiamato quarantamila visitatori,  ci presenta 97 densi bianco neri allineati in due lunghi corridoi al primo piano di Palazzo Reale, rappresentanti il significativo  percorso artistico e umano di colui che nel 1938 la Picture Post definì “il migliore foto reporter di guerra nel mondo”: Robert Capa.


Così, in occasione del centenario dalla nascita dell’artista, accade 
di veder sfilare sulle bianche pareti foto, ricche di una tale forza visiva e incisività che,  prima ancora che testimonianze di un’epoca, sono diventate icone, simboli di un contraddittorio ventennio.



Capa, nato  con il nome di Endre Friedmann in una famiglia ebrea di Budapest nel 1914, non era intenzionato a diventare un fotografo di guerra: furono le circostanze della sua vita a spingerlo. Iniziò come fotoreporter durante la  guerra civile spagnola (1936-39), proseguì poi attestando con i suoi scatti la resistenza cinese di fronte all’invasione del Giappone  (1938), la seconda guerra mondiale (1941-45) e ancora il primo conflitto Arabo-Israeliano (1948), e quello francese in Indocina (1954)

nella sua breve e folgorante carriera,  riuscì quindi a dipingere veri e propri affreschi storici di ben cinque conflitti, che non sono una mera documentazione di eventi, ma intrisi di una singolare sensibilità

« Capa sapeva che cosa cercare e che cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un'emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell'emozione conoscendola da vicino. »

La vicinanza di cui parla John Steinbeck in occasione della pubblicazione commemorativa di alcune foto del fotoreporter, è la medesima di cui lo stesso Capa parlerà, affermando:

“Se le vostre fotografie non sono abbastanza buone, vuol dire che non siete andati abbastanza vicino”,

non è solo una vicinanza fisica al soggetto fotografato, ma una che porta all’immediatezza, all’empatia, all’umanità, alla bellezza struggente di immagini che riescono a mostrare l’orrore che affligge un intero popolo attraverso il volto di un bambino; determinante fu il fatto che Capa stesso fosse stato un rifugiato politico, un ebreo costretto a fuggire dalla nativa Ungheria. Queste esperienze segnarono la vita del fotografo, portandolo a sviluppare una profonda sensibilità, una fratellanza con i protagonisti dei suoi scatti, e una volontà di fare della fotografia un’arma di denuncia. Lo caratterizzò infatti un’urgenza tale da spingerlo a scattare avvicinandosi a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti.
Fu proprio tale urgenza però, a portarlo a prematura morte in Indocina nel 1954, su una mina anti-uomo, all’apice della sua gloria.
In seguito alla tragedia, John Steinbeck scrisse: <<…Mi sembra che Capa abbia dimostrato senza ombra di dubbio che un apparecchio fotografico può essere ben altro che un semplice meccanismo. Come per la penna, la foto vale ciò che vale l’uomo che se ne serve. Essa può essere la proiezione dello spirito e del cuore>>.


In modo potente e toccante, con immagini che sono entrate in maniera indelebile nell’immaginario collettivo del Novecento, Capa è in grado di descriverci gli eventi bellici attraverso singoli scatti, evocativi racconti.


Celeberrima icona, che quasi si confonde sui muri di Palazzo Reale tra altri intensi bianco neri, questa del miliziano spagnolo che cade colpito a morte sul fronte di Cordova, durante la guerra civile del 1936-39, tanto cruda e vera da essere diventata il simbolo non solo della lotta antifascista, ma indubbiamente anche della fondamentale opera del fotoreporter e della denuncia fotografica.




“Il  più lungo e importante del ’900 è secondo la maggior parte degli storici il 6 Giugno 1944, il D-Day, il giorno dello sbarco in Normandia.
Di quel giorno sono rimaste solo 11 fotografie, 11 immagini sgranate e leggermente fuori fuoco, 11 icone del secolo breve scattate durante l’alba più lunga. 11 fotografie scattate dal più grande e famoso fotoreporter di sempre: Robert Capa."




Il fotografo dimostra anche le sue grandi qualità di ritrattista con scatti che lo liberano, in parte, dall’etichetta del puro e duro fotografo di guerra: molte delle sue immagini, infatti, catturano, anche le gioie della pace e il glamour dei tanti amici scrittori, attori, giornalisti, artisti di cui si circondava. Capa forse per il carattere ,la bravura, l'entusiasmo entrò con facilità nel giro della grande cultura Europea conoscendo la amicizia di grandi e famosi intellettuali. Emerge da tali scatti la sua vena lirica  e talvolta anche spiritosa – tanto da essere paragonabile a quella di altri fotografi come André Kertész o Henri Cartier-Bresson





Ernest Hemingway





Robert Capa e Jhon Steinbeck


Henri Matisse










Ingrid Bergman
















Pablo Picasso con nipote
Truman Capote














La primavera messicana: il movimento #YoSoy132


 di Camilla Sollecito


Messico, elezioni presidenziali 2012.

Manifesto elettorale di Enrique Peña Nieto
Il candidato del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) Enrique Peña Nieto era il favorito alle elezioni presidenziali del 1 luglio 2012. Il suo partito aveva già governato il Messico in una sorta di regime monopartitico quasi ininterrottamente tra il 1929 e il 2000. Da quella data le redini del potere erano passate al conservatore Partito Azione Nazionale (PAN) e aveva vinto le elezioni il candidato Vicente Fox e poi nel 2006, Felipe Calderón il presidente ancora in carica.

Peña Nieto appena eletto presidente
In quello stesso anno 2006 Peña Nieto era stato governatore dello Stato del Messico, e, appoggiato dal presidente Vicente Fox, aveva mandato migliaia di polizziotti nel paesino di San Salvador Atenco, dove era sorta una protesta per la costruzione di un nuovo aereoporto nella regione. In quell'episiodio una trentina di donne erano state violentate dalla polizia, due studenti erano morti e più di duecento contadini arrestati.

Di questo fatto e di molte altre azioni autoritarie e violente chiesero spiegazione l'11 maggio del 2012 Gli studenti dell'Universidad IberoAmericana, un istituto privato di gesuiti a Città del Messico, dove il candidato del PRI era stato invitato per una tavola rotonda. Gli studenti quel giorno persero la pazienza insoddisfatti delle risposte di Peña Nieto, che riguardo alle vicende di Atenco affermò : « [...] ho preso la decisione d'utilizzare le forze di polizia per ristabilire l'ordine, sfortunatamente si sono verificati alcuni incidenti che sono stati tuttavia debitamente sanzionati [...] è stata una decisione che mi assumo personalmente [...] seguendo il legittimo diritto dello stato del Messico a fare uso della forza pubblica e questa decisione e' stata validata dalla corte suprema [...]. », (come si riporta anche in quest'articolo di un giornale messicano.). Quel giorno il candidato del PRI fu costretto a nascondersi in bagno e poi imboccare l'uscita posteriore.

Enrique doveva il suo successo fino a quel momento principalmente a due motivi. Il primo riguarda la lotta al narcotraffico: il PRI aveva preferito stipulare accordi con i narcotrafficanti evitando molte morti ma favorendo la criminalità, il PAN invece nel tentativo di combatterli aveva causato, secondo stime non ufficiali, circa 60'000 vittime.
Il secondo motivo è invece legato all'informazione. Peña Nieto oltre a essere un'abile show-men possedeva l'appoggio incondizionato dei due network televisivi che da soli occupano il 90% del mercato dei media messicani, Televisa e TV Azteca. Proprio queste due televisioni il 12 maggio decantarono la buona riuscita dell'intervento del candidato nell'università iberoamericana, insieme a molte testate giornalistiche. La televisione Milenio TV girò un video in cui dei simpatizzanti di Peña Nieto, fingendo di essere studenti dell’università IberoAmericana, elogiavano il gran successo del candidato. Il presidente del PRI Pedro Joaquìn Coldwell invece, insieme a Peña Nieto stesso, accusò gli studenti di essere manovrati da gruppi di estrema sinistra violenti e li denigrò.

Gli universitari, quel giorno, avevano protestato specialmente per il duopolio delle televisioni e per rendere più democratici i mezzi di informazione e così, questi episodi, confermarono la validità delle loro rivendicazioni. Risposero allea queste accuse sui social networks: uno studente di scienze della comunicazione registrò un video con centotrentuno ragazzi che mostrando il loro libretto universitario dimostrarono di esistere, di non essere violenti, nè sottoposti ad alcun partito, ma semplici studenti, stufi di essere presi in giro.
Il loro messaggio si diffuse rapidamente passando da youtube a twitter, molte altre università scesero in piazza e si unirono alla protesta.

Quando poi i telegiornali e i mezzi di informazione li accusarono di essere solo 131 elementi in una Nazione di oltre cento milioni di individui, il giorno successivo nacque il movimento YoSoy132, "io sono il numero 132" da parte degli altri studenti messicani: quei ragazzi non erano da soli. Un alunno del Tecnologico de Monterrey con un gioco di parole creò l'hashtag #YoSoy132. che diede il nome al movimento.
 Sabato 19 maggio inoltre, una manifestazione a Città del Messico contro Enrique Peña Nieto, benché già organizzata da tempo, fu monopolizzata dagli studenti: 40-50mila giovani si riversarono nelle strade della capitale, mentre in contemporanea diverse migliaia manifestano nelle piazze delle altre città del paese. Parte della manifestazione arrivò sotto la sede di Televisa, il principale alleato mediatico di Peña Nieto. Su twitter l'hashtag #MarchaYoSoy132 si propagò come un incendio e restò per giorni sulle bocche di tutti. Sui giornali si iniziò a parlare di "primavera mexicana".

Il 24 maggio e il 30 maggio ci furono altre due importanti manifestazioni. In particolare in questa seconda data, 7000 studenti da 54 università di tutto il Messico si ritrovarono nei giardini dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, la più grande università pubblica dell’America Latina, per definire un programma e un’agenda. Il movimento pubblicò il suo manifesto e fu creato un video messo su youtube dove vari studenti esponevano i vari punti. I ragazzi si definirono apartitici e caratterizzati dalla volontà di rinnovare la situazione del paese. Gli studenti infatti si battevano per la libertà di espressione, invocando la democratizzazione della vita pubblica e dei mezzi di comunicazione e un'elezione trasparente e senza brogli; chiedevano inoltre uguali possibilità di studio e di lavoro per tutti i cittadini e accesso a Internet per tutti. Esigevano un processo politico a Calderòn per le vittime nella guerra del narcotraffico, chiedevano medicine gratuite, accesso all'acqua per tutti e che Pemex (l'azienda petrolifera pubblica messicana) non fosse privatizzata.


Il 10 giugno si svolse il secondo dibattito tra i canditati che fu un fiasco e mise in cattiva luce Peña Nieto, oltre che essere palesemente imparziale. Molto più successo riscosse il 19 giugno quello organizzato dal movimento più libero e movimentato, trasmesso in diretta streaming su youtube, a cui aderirono tutti i candidati eccetto Peña Nieto.

Purtroppo gli sforzi di questi studenti per cambiare il sistema politico non bastarono a fermare il candidato del PRI. Li penalizzò sicuramente una certa disorganizzazione interna ma principalmente li misero in difficoltà le strategie del governo per farli apparire in tutti i modi un movimento diviso e violento,  che ricorse anche a infiltrati nelle manifestazioni.
Il 1 luglio Peña Nieto ottenne il 38,2 per cento mentre il suo avversario, il candidato del PRD (partito della Rivoluzione Democratica) Andrès Manuel Lòpez Obrador il 31,5 percento dei consensi. Obrador convinto che ci fossero stati dei brogli elettorali  dichiarò: <<agiremo per vie legali>> e presentò un ricorso in tribunale per presunte irregolarità. Il 31 agosto il tribunale, nonostante i tentativi di dimostrare che il PRI avessse comprato cinque milioni di voti, dichiarò Peña Nieto presidente. Egli si insediò ufficialmente alla presidenza il 1 dicembre 2012 e gli studenti convocarono l'ennesima manifestazione, che però non modificò l'evidenza dei fatti.

Adesso il movimento #YoSoy132 continua a crescere e ad agire principalmente sui social networks in particolare nella sua pagina twitter, organizzando manifestazioni e sperando nel cambiamento. Recentemente ha conseguito una vittoria riguardo il proprio riconoscimento, poichè a quanto sembra, la commissione dei diritti umani si è schierata a suo favore. Inoltre ha proclmato una manifestazione antifascista chiedendo di non criminalizzare la protesta.

La primavera messicana, come già in precedenza lo è stata la primavera araba, è l'ennesima dimostrazione di come internet sia diventato un libero canale di dialogo e confronto, che permette ai giovani di esprimere la propria opinione e ribellarsi a prescindere dalla monopolizzazione dello stato degli altri mezzi di comunicazione. La domanda che resta da porsi è se saremo in grado continuare a sfruttare in modo concreto la possibilità di democrazia che ci offre il web o se gli accenni di cambiamento rimarranno scritti sotto forma di hashtag.

domenica 24 marzo 2013

Eine Kleine Wagner

di Margherita Caputo


Quest’anno festeggeranno insieme il bicentenario dalla loro nascita due colossi del teatro musicale Europeo: Giuseppe Verdi e Richard Wagner. Impossibile ridurli unicamente a compositori, entrambi ragionarono sempre in termini di teatro (il modello di Wagner era quello della Grecia antica) anche se la loro opera lirica rimane un pilastro della musica Ottocentesca.

Richard Wagner nacque dopo otto fratelli nel 1813 a Lipsia, dal noto funzionario K. F. Wagner anche se si vociferava che fosse il figlio naturale dell'attore ebreo Ludwig Geyer.

Portò a termine con successo gli studi  letterari iniziati all’Università di Lipsia nel 1831 ma fin da ragazzo si mostrò attratto verso il teatro e la musica, quella di Weber e Beethoven in particolare e tentò di comporre drammi, opere e sinfonie ma non si pose tuttavia seriamente allo studio della musica se non piuttosto tardi, compiendolo per altro molto rapidamente.

La sua musica e il suo teatro, a cui era caro il tema della mitologia, si sono prestati, nel tempo, a svariate interpretazioni, e sono spesso state motivo di diatribe a livello musicale ma anche politico. Fu eretto a vessillo dalla società tedesca degli anni ’30. Adolf Hitler, sproloquiando, sosteneva che: “Chi vuol capire la Germania nazionalsocialista deve conoscere Wagner”, ma durante tutto il ventesimo secolo Wagner fu letto e rappresentato anche in altre chiavi: socialista, rivoluzionaria, marxista, psicanalitica, mistica, fantasy e numerose altre.
Nonostante ciò il teatro di Wagner sopravvive alle sue interpretazioni grazie a quella misteriosa proprietà della grande Musica, di spaziare più che in orizzontale (sulla terra, tra gli uomini e le loro diverse culture), in verticale, protendendosi verso l’alto, verso il cielo, sconfinando nell’infinito Celeste.

Giovedì 7 Marzo 2013 in occasione del duecentenario dei natali di questo grande musicista romantico è stato rappresentato, nell’auditorium di Torino dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, un estratto dall’opera di 591 pagine del “Gotterdammerung” (Il crepuscolo degli dei), composta dal 1848 al 1874.

Ha diretto l’orchestra il giovane direttore siberiano Kirill Petrenko e hanno interpretato i ruoli di Brunhilde e Siegfried, protagonisti dell’opera, i cantanti lirici Evelyn Herlitzius, di Amburgo e Lance Ryan, tenore canadese che ha esordito in Italia nel 2002.

L’opera ha ricevuto un’ottima accoglienza da parte del pubblico torinese, catturato dalla maestosità della parte orchestrale e l’intensità delle Arie. Secondo le cronache la rappresentazione dell’opera (ovviamente sempre degli estratti data l’entità) aveva raccolto già un grande successo durante la prima rappresentazione in assoluto  avvenuta domenica 22 dicembre 1895, quando Arturo Toscanini la diresse dal podio del Teatro Regio di Torino. L’ultima volta che la Tetralogia fu presentata nella nostra città, diretta da Eliahu Inbal con l’Orchestra Nazionale della Rai, fu durante le stagioni concertistiche fra il 1996 e il 1998.


Sicuramente la nostra città quest’anno aprirà le porte all’opera wagneriana più volte, e sarà estremamente interessante scoprire quali dibattiti, critiche, scontri di idee saranno scatenati da questo teatro che nel cuore, solenne e mistico al contempo, contiene le contraddizioni e i drammi del nostro presente.